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Commento al Vangelo di Martedì 9 giugno 2020 proposto da don Raimondo Mameli

Grazie don Raimondo!

Mt 5,13-16

 

La liturgia della Messa di oggi, 9 giugno 2020, martedì della X settimana del Tempo Ordinario, ci presenta i versetti 13-16 del capitolo V del Vangelo secondo S. Matteo.

Nostro Signore Gesù Cristo, parlando ai suoi discepoli di ieri e di oggi, li paragona al sale («Voi siete il sale della terra») e alla luce («Voi siete la luce del mondo»), non per sé stessi, quindi, ma per gli altri.

Perché questi simbolismi? Il sale veniva utilizzato, in passato e ancora oggi, per preservare altre sostanze dalla corruzione. Nel sacramento del battesimo, secondo l’Ordo tradizionale, il sacerdote pone del sale sulle labbra del battezzando pronunciando la formula “accipe sal sapientiae”, in quanto la sapienza deve dare sapore a tutta la vita dell’uomo.

Gesù, paragonandoli al sale, invita i discepoli a preservare sé stessi e gli altri uomini, con la grazia di Dio, dalla putredine del peccato e dalle forze del male.

Cristo libera gli uomini dalla corruzione del peccato, e gli apostoli dovranno impedire loro di ricadere nel precedente stato di miseria: non devono limitarsi a essere santi per sé stessi, ma devono aiutare gli altri a progredire nel cammino di santità.

Cristo esorta i discepoli ad essere coerenti, integri e perseveranti: «… ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente». La perdita del sapore è riferita a quella delle virtù del cristiano, il quale deve essere umile, riconoscere i proprî limiti e debolezze, anelando alla grazia ed alla misericordia di Dio, perché non si dica di lui: «hai abbandonato il tuo amore di prima» (Ap 2,4), oppure il Signore gli rimproveri: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,14).

I cristiani devono conservare come il sale le altre anime sane dalla corruzione dell’errore e del vizio, ponendo cura a non corrompere sé stessi: «Chi perde il sapore della verità e del bene spirituale non può infonderlo agli altri; perciò è diventato inutile e da gettar via. Sarà calpestato chi per paura delle critiche o della persecuzione si butta a terra da sé stesso, annacquando la dottrina. Non può essere calpestato chi è perseguitato ma tiene il pensiero e l’anima in alto» (S. Tommaso d’Aquino, Catena Aurea).

Un cattivo cristiano, inoltre, sortisce una contro testimonianza, per questo è «calpestato dalla gente» in quanto persona, causando, a motivo del proprio comportamento, l’ostilità o il rifiuto di quel messaggio evangelico smentito da una condotta di vita incoerente; bisogna vigilare sulla propria condotta, in quanto siamo esposti agli occhi di tutti gli uomini.

Vi è poi il simbolismo della luce, la quale è in opposizione alle tenebre, simbolo del male e del peccato dai quali i discepoli, come sale della terra, devono preservare sé stessi e gli altri uomini; la luce rimanda allo stesso Cristo, vero Dio e vero Uomo, di cui richiama la natura divina, unita, senza confusione, alla natura umana, nell’unica Persona divina del Verbo Incarnato.

La luce, inoltre, è simbolo pasquale di gioia e della presenza di Cristo risorto; e, come una lampada resta accesa notte e giorno accanto al tabernacolo per indicare la presenza reale di Cristo nella Santissima Eucarestia, ivi custodita, allo stesso modo la luce di cui parla il Vangelo odierno deve indicare la presenza vivificante del Signore, luce delle genti, nella vita dei credenti, i quali, nutriti del corpo e sangue di Cristo, sono chiamati a diventare in Lui «un solo corpo e un solo spirito» (Preghiera Eucaristica III).

Ogni battezzato deve essere teoforo, ossia portatore di Dio, non solo nella sfera privata e familiare, ma anche in quella comunitaria e sociale: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Il cristiano è luce del mondo, non di un solo popolo o nazione, ma dell’universo intero; come insegna Pio XI, Gesù Cristo è Re delle menti, delle volontà e dei cuori, ed è Re per diritto di natura e di conquista; il suo Regno è principalmente spirituale, ma anche universale e sociale.

La regalità sociale di Cristo ci mette in guardia dall’errore del laicismo, ideologia di matrice materialista e massonica, che mira ad escludere la religione e la dottrina cristiana dai vari ambiti della società, confinandola nell’ambito della coscienza individuale.

Occorre riconoscere a Dio e alla sua legge morale, a Cristo e alla sua Chiesa il posto che ad essi spetta nella vita umana, individuale e sociale; la religione, per dirla con Ratzinger, non è un semplice sentimento individuale, che si potrebbe confinare al solo ambito privato (valga l’esempio del venerabile Giorgio La Pira).

In quest’ottica, il credente ha il diritto e dovere di pronunciarsi sui problemi morali che interpellano la coscienza di tutti gli esseri umani, in particolare dei cosiddetti “valori umani non negoziabili” (divorzio, aborto, eutanasia…) che danno senso alla vita di ogni persona e ne salvaguardano la dignità; in tal modo, potrà essere portatore di luce e sale della terra, testimone, e quindi martire, in un mondo che, nelle ideologie postmoderne, porta avanti una visione opposta, antitetica a quella evangelica.